PENSIERI DI PLASTICA
 

Terlago 24/10/2004

La parola “contemporaneità” in arte lascia oggi molti interrogativi e parecchie perplessità inutile negarlo. Recenti manifestazioni d’arte mi hanno risvegliato il desiderio di approfondirne il senso e la ragione, sicuro tuttavia che la contemporaneità che qui tratterò (quella della critica ufficiale per intenderci) non rappresenti per intero tutta la realtà degli accadimenti contemporanei, proverò a parlarne. Cercherò di chiarire brevemente le motivazioni del mio disagio esercitando, per quanto possibile, l’uso del buonsenso. Dunque: è necessario dire subito che il problema della contemporaneità così come io lo vedo, non riguarda in arte gli autori (o li riguarda solo in parte) gli autori, gli artisti quindi, visti nel panorama della creatività dell’arte contemporanea sono destinati ad un ruolo sempre più marginale; sono diventati i giullari di una corte che controlla e mira a ragioni ben più concrete, volte a controllare mercati e potere. E’ del tutto evidente che il mondo dell’arte contemporanea è “sofisticato” da un esercito di addetti ai lavori incapaci di produrre cultura da sé stessi così si adoperano a far sì che il lavoro di altri diventi il loro pane (e companatico) quotidiano. Spesso sono figure prive di una benché minima personalità intellettiva e tuttavia ricoprono e controllano cariche strategiche vantando spesso riconoscimenti e potere nel campo delle istituzioni culturali. Per poter conservare i loro privilegi sono costretti a mantenere e foraggiare un clima di assai scarso profilo culturale in modo da poter esercitare il loro potere materiale atrofizzando così il potenziale creativo e riducendo gli autori ad una massa di protagonisti “impecoriti”, la cui unica preoccupazione è quella di ottenere qualche avanzo di “celebrità”. A niente serve, per quei pochi che lo volessero, lo sforzo di criticare o porsi in qualche modo in antitesi al sistema. Subito qualche zelante esponente di spicco sarà pronto ad attaccargli addosso qualcuna delle più banali etichette come ad esempio quella del rompiscatole o ancor peggio quella assai più odiosa del “presuntuoso” Così si difende il sistema e si escludono i “diversi” semplicemente ignorandoli, un’arma terribile in una civiltà mediatica. Così nel manovrare la mediocrità per esercitare il potere non è necessario essere di eccelse qualità e il gioco è bell’e fatto. In quest’ottica il torto non è di chi fa “l’asino” ma di chi all’asino conferisce lauree ad honorem, tanto per capirci. E’ sintomatico che la contemporaneità sia l’etichetta soprattutto dei giovani e non potrebbe che essere così ma anche questo dato presenta caratteristiche inquietanti. Per trentacinque anni ho insegnato discipline plastiche nelle scuole ad indirizzo artistico. La materia si chiamava “plastica” era una materia che istruiva la conoscenza attraverso i valori della forma e per comprenderla a fondo obbligava chi la esercitasse ad un impegno che costringeva l’intelletto ad un esercizio di vaste proporzioni tanto che diventava una delle chiavi utili ad aprire lo sconfinato orizzonte della conoscenza. Per fare questo non era necessario essere artisti, bastava condividere il fascino e la fatica nel cogliere il mistero della conoscenza come opportunità così l’arte diventava “materia” di apprendimento. Tutta questa complessa e meravigliosa possibilità si è andata via, via indebolendo e la materia, col passare degli anni, si è sbiadita trasformandosi sempre più in qualcosa di inutile ed obsoleto. Ai valori espressivi della stessa si sono sostituiti di volta in volta sterili teorie utilitaristiche in nome di presunte “esigenze contingenti”, da non meglio giustificati desideri di attualità, da noiosi e puntuali programmi ministeriali, pareri di esperti e da insegnanti sempre più mediocri. Il fare, e i materiali che da sempre hanno caratterizzato la peculiarità della materia si sono trasformati in montagne di carte e nelle aule ha trionfato uno sfavillio di diaboliche macchinette. Ed io mi sono trovato a parlare nelle ore di lezione una lingua che ormai era divenuta troppo faticosa ed incomprensibile ai più. Inevitabile lasciare una scuola così! Dopo pochi anni ho ritrovato quegli allievi, i più pigri e demotivati all’esercizio intellettuale, tra le cronache più eccelse dell’arte contemporanea! Ed ora io mi chiedo : tutto questo che significato può avere? Avevano forse ragione i miei allievi di Brera che di fronte ai gessi della venere di Milo o ai prigioni di Michelangelo dicevano con disprezzo che per loro tutta quella roba era superata? E se questo fosse vero che senso può più avere l’intelletto, la capacità di comprensione, la necessità di conoscenza? Quelle caratteristiche che sono strumenti dell’essere uomini, la sensibilità, l’intuizione e la speranza, la necessità di mettere insieme il passato con il futuro onde progettare continuità? Che senso avrebbe più l’arte così come ora ci è conosciuta? L’arte muta nel tempo le proprie sembianze formali ma non può privarsi delle sue stesse ragioni poetiche. Così siamo arrivati al punto: l’arte contemporanea misconosce la necessità di possedere “ragioni” che sono le radici sulle quali si costruisce la pianta dell’essere e perciò stesso della conoscenza. Essa si limita dunque alla mera funzione di cronaca vivendo nell’illusione che sia sufficiente la semplice testimonianza per essere garanti dell’attualità e dimentica quello strumento del “pensare” che l’artista ha da sempre trasformato, come per magia, in evento poetico avvalendosi dei meandri del mestiere come il pescatore affonda la rete: e più è fonda e più si trae sostentamento. La causa di tutto questo è la civiltà dei consumi, del benessere e delle conquiste tecnologiche, il novecento è il secolo dei colpi mortali all’essere. I segni malvagi sono apparsi già con i giochi intellettuali da salotto dei Dadaisti, dei Surrealisti, con gli entusiasmi fascisti dei Futuristi per la tecnologia, con l’avvento di una certa arte astratta, fino al rincorrersi nevrastenico di “ismi”, “performance”, correnti e correntisti, concetti esperimenti ecc. Fino ad arrivare agli “asini” dei giorni nostri, veri o impagliati che siano. Le cronache artistiche della contemporaneità stanno inequivocabilmente a testimoniare di una civiltà che per dirsi “moderna” ha potuto e voluto massacrare l’essere impalandolo ad un sistema che nutre gli asini, gonfia i portafogli e istupidisce le menti. In questi giorni le cronache ufficiali propagandano una mostra d’arte intitolata dimensione follia ; gli autori, tutt’altro che pazzi hanno la pretesa di dare paternità a chissà quale atto culturale semplicemente rifacendo su se stessi atti da pazzi. Se questa operazione di squallida furbizia ci viene proposta da organi omologati alla fruizione dell’arte allora vuol dire che il loro potere supera ogni capacità di normale critica e la loro posizione non può essere giustificata che con la paurosa decadenza della ragione mediana dell’esserci. La pochezza del livello culturale medio rende questi signori padroni intoccabili. Questa logica non mi piace. Essa è portavoce di troppe ingiustizie e contraddizioni ed eleva la mediocrità a protagonista. Non posso pensare al futuro se non sperando che tutto questo possa cambiare e che gli individui ritrovino la propria autorità di esseri umani. Rivendico quindi e con forza il ruolo dell’individuo, dell’essere artista che deve riconquistare autonomia riappropriandosi degli strumenti intellettuali che lo rendono unico e libero svincolato da qualsiasi “sistema” Più nessuno potrà mettersi al riparo con strategie e strumenti di protezione; in questo modo “l’opera” riconquisterà la sua giusta valenza per quello che essa saprà contenere e non più per quello che abili imbonitori vorranno far sembrare che sia. Un esercito di “specialisti”, critici, presunti collezionisti e faccendieri vari ritornerà ad un più giusto ruolo ridando agli autori, loro sì, il significato di “protagonisti”. Così l’arte tornerà a guidare gli spiriti, consapevole del suo significato e della sua storia con l’orgoglio che il suo ruolo di contributo all’emancipazione del pensiero gli conferisce. Gli uomini troveranno così un indispensabile cambiamento e il coraggio necessario per farlo.

Scultore MAURO DE CARLI

info@maurodecarliscultore.it

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