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LA
QUESTIONE DEL CAPIRE
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Le difficoltà nel comprendere il linguaggio dellopera darte è per molti cosa risaputa, ma per la stragrande maggioranza lopera è quella cosa che deve piacere o non piacere, non si deve chiedere di più, resta un fatto istintivo e superficiale (bello o brutto) raramente si sente lesigenza di vedere in profondità, ci si accontenta di un appagamento estetico ed esteriore, spesso non si ha il tempo (e nemmeno la voglia) di capire di più. Non dico che non sia così anche per tutti gli altri aspetti della vita contemporanea ma per quanto riguarda larte cè nel giudizio della gente una strana arroganza probabilmente derivata dal fatto che in ultima analisi il giudizio sullopera è e resta pur sempre soggettivo e quindi io decido se mi piace o se non mi piace e in virtù di questa libertà non accetto discipline: chi può essere più esperto di me stesso e delle mie sensazioni? Evidentemente non è questa la strada giusta per capire anche se, per quanto sbagliata, questa tesi contiene alcune verità: se io sono in ultima analisi, lultimo anello nella catena del messaggio visivo e cioè se comunque lultimo giudizio spetta a me, per poter goderne in completa libertà o comunque con maggior numero di possibilità di lettura possibili, mi corre lobbligo di essere preparato; il più possibile sul piano dei dati e nella maniera migliore per poterli elaborare, questione che riguarda leducazione. Troppo semplice e troppo sbrigativo sarebbe il voler imputare la causa di questa superficialità alla barbarie della civiltà contemporanea anche se obbiettivamente le capacità autonome di comprensione dellindividuo moderno sono molto vicine allo zero. Per loccasione mi viene da pensare a quanto mi è capitato di leggere recentemente in un inserto del Corriere della Sera dedicato allopera e alla morte dellamico Alik Cavaliere. Egli è stato un brillante e raffinato rappresentante di quel mondo intellettuale che nella Milano degli anni sessanta aveva conquistato i salotti bene della città, tutti rigorosamente di sinistra, pronti a dichiararsi rivoluzionari contro questo e contro quello ma al contempo stranamente attenti e sensibili a tutti quei beni e privilegi di una borghesia imprenditoriale rampante e benestante. Quella generazione e tutto quello che ne seguì sono il frutto di questa tremenda contraddizione; Cavaliere, da persona intelligente qualera, avvertiva tutto questo, me lo confidò a Brera dopo che le loro battaglie avevano finito per demolire laccademia, dopo che i grandi maestri con lavvento del sessantotto avevano a poco a poco abbandonato le loro cattedre e lasciato il posto ai giovani contestatori. Passato qualche anno, passeggiando in uno dei tanti austeri e bui corridoi dellaccademia mi confessò che, tolto lingombro del vecchio spazzate via cioè le ragioni che fino ad allora avevano giustificato la vita stessa delle accademie, si ritrovava quotidianamente nelle aule senza saper che fare. Maldestro e sbagliato mi pare il tentativo di far apparire questa contraddizione e questa impotenza come un alto valore intellettuale anche se capisco che la contraddizione sia oggi diventata inspiegabilmente una virtù. Resta per me netta e sconcertante la dichiarazione di una delle sue ultime allieve che in ricordo alla sua morte dichiara candidamente :- Ti ringrazio Cavaliere di non avermi insegnato niente-: Sono stato abituato a dare alle parole il significato che nella mia lingua esse hanno e fintanto che è così questo omaggio mi rattrista e al contempo conferma la fragilità intellettuale della contemporaneità. Appare quindi chiaro che larte è comunque testimone e filtro di quella miriade di accadimenti che costituiscono la storia, pretendere di ridurre lopera a una questione di estetica significa sminuirne il senso e il ruolo. Ma il senso dellopera darte è così complesso che la fruizione immediata è privilegio di pochi, lo potrà essere per tutti quando il tempo lavrà tramutata in storia. In sostanza larte, oggi come non mai, per essere godibile vuole partecipazione e onestà di intenti ; i tempi in cui si predicava una cosa e se ne faceva unaltra sono davvero finiti la professione di artista intesa come dandy come curiosità mondana, buona a far salotti spesso solo per pochi privilegiati quasi sempre danarosi è destinata a finire e molta arte contemporanea puzza già di vecchio! Speriamo che il mondo degli addetti ai lavori se ne avveda in tempo e che quel sconquassato esercito lanzichenecco di critici, galleristi, direttori di musei e un gran numero di artisti non ci faccia , per loro dabbenaggine e ingordigia, non ci faccia pagare troppo alto il costo di un cambiamento che loro malgrado è fortunatamente già in atto e che solo la loro miopia nasconde ai più. Anche io ringrazio quindi Alik Cavaliere, per tutto quello che suo malgrado mi ha insegnato,prima di tutto la capacità di dire di no, lobbligo di scegliere e la sensibilità a rinunciare. Mi dispiace davvero che questa tua allieva non abbia potuto godere neppure di questo. Vedo tutto questo come un brutto segnale, un ennesimo segno dei tempi e anche questo mi insegna. Così penso a quegli anni, al sessantotto al quale pure anagraficamente appartengo ma al quale non ho potuto dedicare sufficiente attenzione preso come ero da altri maestri, penso alla tua generazione di artisti così rivoluzionari e così compromessi al punto da restarne storditi. Segnali tremendi ci dicono che quel gioco è finito! Chi avrà imparato qualcosa, qualcosa tenterà, piccolo, insignificante contributo ma ci sarà. Chi si vanta di non aver imparato niente non potrà che rivendicare un bel niente! Scultore MAURO DE CARLI |