L'ORGOGLIO DI PERDERE
 

Recentemente, quasi per caso, mi sono ritrovato a leggere tra le carte riposte in libreria di casa il mio “curriculum vitae”. Salta subito all’evidenza un dato piuttosto curioso ( però per me non sorprendente ): lo scandire delle mie vicende è evidenziato molto più dai punti in favore delle sconfitte che non da quelli a sostegno dei successi. Ora, siccome un curriculum normalmente si presenta come una sorta di biglietto da visita, quasi un consuntivo di fatti a testimonianza di una crescita positiva e meritoria mi incuriosisce non poco capire il perché per me non sia così.Per questo mi concedo ad alcune riflessioni che penso possano essere in qualche modo utili; non perché compiuti i sessant’anni, dei quali quaranta e più dedicati alla scultura, mi sentissi in dovere di presentare in qualche modo rendiconti di sorta, ma piuttosto perché questo dato mi pare rappresenti (senza nessuna pretesa di merito) una “presenza” diversa ovverosia, per dirla alla vecchia maniera, una testimonianza contro! La spinta alla contraddizione o meglio al contraddittorio si manifestò in me molto precocemente certo consapevole che il principio del confronto fosse la base indispensabile al rispetto delle diversità e uno stimolo serio all’approfondimento. I primi scontri ci furono assai presto, adolescente, ai tempi dell’istituto d’arte dove ci si doveva confrontare con una dirigenza e una classe docente mediocre e bottegaia che ben presto ci spinse alla contestazione e alle prime riflessioni su quello che realmente ci interessava e su quello invece che ci veniva imposto. Devo dire che per quel poco che ci insegnarono ci rimase solo la fatica di dimenticarlo in fretta! L’accademia di belle arti fu viceversa una bella conquista: ritrovarsi a Milano senza risorse finanziarie e con il bagaglio di una formazione intellettuale da dimenticare, vi assicuro fu una fatica non da poco. La convinzione di restare lì e tener duro era comunque fuori discussione perché molti e forti erano gli stimoli. Lì avvennero le prime soddisfazioni e inevitabilmente le prime sconfitte! Gli studi all’accademia volarono in fretta e subito si presentarono le prime occasioni per delle scelte importanti. Se da una parte ebbi la fortuna di trovare aiuto in Alik Cavaliere (assistente di Marino Marini e successivamente docente di una cattedre di scultura), dall’alta mi fu subito chiaro qual’era il percorso destinatomi in quegli anni difficili. Ora Cavaliere purtroppo non c’è più ma sono convinto che ancora si starà domandando come mai un giovane come ero allora avesse potuto rifiutare tante e tali occasioni che egli con molta sapiente generosità mi aveva saputo creare; se ci penso ora posso ben capire la sua delusione che peraltro da persona intelligente qual’era seppe sempre nascondermi. Il fatto era che tutto l’apparato intellettuale delle arti visive e dell’ambiente intellettuale Milanese in genere, in quegli anni, malgrado le apparenze era sostanzialmente il prodotto dei salotti buoni della città: dietro ogni atteggiamento di apparente rottura si avvertiva che quella cultura “di sinistra” era appesantita dalla presenza di una certa matrice “snob” che si concretizzava in una pratica molto borghese. Era piuttosto significativo ad esempio che tra gli artisti di allora la parola spesa più frequentemente nei loro incontri fosse “divertente”. Valeva allora la consuetudine di un atteggiamento di “goliardia” che non sono mai riuscito a condividere. Mi trovai così costretto a declinare occasioni davvero vantaggiose per seguire una strada assai diversa. Contemporaneamente in quegli anni avevo cominciato a frequentare la Galleria delle Ore in via Fiori Chiari di Giovanni Fumagalli, avevo stabilito un intenso legame con il pittore Gino Meloni, il figlio Ermes, (bravissimo scultore) e una ristretta cerchia di artisti assai diversi portatori di “condizioni” di grande interesse, testimoni di un modo di essere di grande valore e sovente di una sconcertante semplicità. Le strade si divisero inevitabilmente. Lì di divertente non c’era niente in compenso si parlava di pittura,di scultura, di uomini, persone e cose descritti con parole e sentimenti che da sempre avevo inconsciamente cercato. Fu un periodo molto importante e di scelte decisive: ci trasferimmo in campagna con tutta la famiglia per poter essere più vicini ai Meloni e alla famiglia artistica di Lissone. Furono anni fecondi e complessi al contempo: Milano negli anni settanta era nel frattempo diventata una citta difficile e incattivita da scontri di piazza pressoché quotidiani e la realtà culturale era ormai ridotta a una continua lite politica. Al liceo si faceva lezione un giorno sì e uno no, la polizia presidiava i locali e si respirava ovunque un clima di forte tensione. La bella e accattivante città che avevo conosciuto dieci anni prima era stata spazzata via in modo drastico e spietato dai “sessantottini” e i giovani artisti emergenti erano tutti presi ad accappararsi le sedie rimaste vuote dalla contestazione. Brera aveva perso il suo fascino internazionale unitamente all’abbandono degli ultimi illustri maestri. Poi, lentamente la mia vocazione agli “insuccessi” tornò ad avere il suo corso : alcuni diverbi con Fumagalli (per altro molto civili) ormai molto vecchio e quasi cieco, mi allontanarono dalla galleria delle Ore ; Lissone durò ancora qualche anno e fu per me un sostentamento importante, l’amicizia con Ermes Meloni mi ripagava abbondantemente di tutte le difficoltà. Tuttavia la strada era anche qui già segnata: lavoravo ancora per il vecchio Meloni che dava già segni però della malattia che lo avrebbe portato alla morte pochi anni dopo. Poi, improvvisamente mi arrivò lo sfratto della casa e dello studio, in un momento dove le difficoltà finanziarie erano serie. Non ebbi la forza e le capacità di superare queste difficoltà anche perché nel frattempo giungevano da Trento notizie incoraggianti per una probabile soluzione. C’era la concreta possibilità di risolvere il problema della casa e dello studio e al contempo la proposta di aprire l’attività di una libera scuola di pittura, scultura ed incisione. Detto e fatto, in breve tempo piantai il liceo, lasciai Lissone e la scuola della famiglia artistica dove nel frattempo avevo organizzato la sezione di incisione, e tutti a Trento! Inutile dire che Trento si rivelò ben presto per quello che in realtà era. Tutte le prospettive e le lusinghe dell’inizio trovarono duri ostacoli in una realtà culturalmente “atrofizzata” e super protetta, impenetrabile a chiunque fosse estraneo ai suoi consolidati miopi interessi. Riuscimmo a salvare la scuola (che nel frattempo era diventata circolo culturale) da logiche e pressioni “bottegaie” decretandone così inevitabilmente la fine per problemi finanziari. Dovetti ingoiare il boccone amaro di tornare all’insegnamento e proprio all’istituto d’arte, una scuola che rappresentava tutto quello che speravo cambiasse! Questo è tutto, ma non è la fine, nuove “sconfitte” si profilano all’orizzonte anche se nel frattempo ho potuto rinunciare al supplizio dell’insegnamento. Nel rileggere questa mia storia pur se fatta di rinunce e ripensamenti non riesco a vederci il senso della parola sconfitta al contrario. Pur alla mia non più giovane età pur riconoscendo di non poter vantare traguardi di prestigio nella mia carriera di scultore provo tuttavia un senso di giustezza a consolazione dei miei fallimenti. E questo non perché la nobiltà di essere eroi possa consolarci ma semplicemente perché il valore e la fondatezza delle proprie convinzioni si rafforza con il confronto. Sfortunatamente questo avviene in un momento nel quale le scelte di civiltà sembrano andare in direzione opposta alle mie convinzioni ma di questo io non ho alcuna responsabilità.

Scultore MAURO DE CARLI

info@maurodecarliscultore.it

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